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Agente sacrificabile – Filippo Colizza . 03 Ottobre 2011 – Ore 1900 – Pre.mio Biblioteche di Roma 2011 – Presentazione “Agente Sacrificabile”

2011/10/03 - Letteratura di: MG Colombo

Non so se in Colizza abbiamo trovato il nostro John le Carré , cui la biografia lo associa, certamente lo possiamo ascrivere nel cerchio degli sciamani della geopolitica, vista l’inquietante preveggenza che connota la vicenda del suo romanzo di esordio .

Nella spy story ci sono tutti gli ingredienti classici abilmente shakerati: trafficanti d’armi, scienziati , femme fatale , su scenario internazionale, resta da vedere come il giovane Trevi se la caverà con il complotto e il giovane Colizza con la tenuta narrativa.

Pare ben costruito nella suspense della scena, con qualche caduta nella banalità linguistica. Per esemplificare, nel primo capitolo viene  ricostruito  con efficacia cinematografica un attentato della durata di 30 secondi, peccato che  il   sole continui ”  a picchiare, indifferente alla strage appena compiuta”. Uhhhmmm.

Il ragazzo è giovane, si farà.

Ps.: la copertina è un chiaro riferimento a A most wanted man.

Un augurio, uno scivolone, una mancanza di immaginazione dell’editore Mondadori ???

 


Agente sacrificabile – Filippo Colizza

Da:

http://filippocolizza.com/wp-content/uploads/2011/06/Primo-Capitolo.pdf

Primo cap.

El-Djem, estate 1975
La piazza era vuota a eccezione di un paio di gruppi turisti
europei e americani in procinto di risalire sui rispettivi pullman.
I pochi arabi ai margini della piazza indugiavano sotto l’ombra
osservando con sguardi distaccati e indifferenti gli occidentali.
Un’auto della polizia tunisina era parcheggiata sotto un
albero, in prossimità dell’ingresso all’anfiteatro; al suo interno
due agenti ingannavano il tempo cercando di non pensare
all’afa e alle due ore che li separavano dal termine del turno.
«Coraggio, amori miei, prendete le vostre lattine e andiamo a
sentire cosa ci dice Jamil» disse la dottoressa Marine Brochard
ai due figli Charline e Lionel, rispettivamente di undici e sette
anni. «Forza, siamo gli ultimi, stanno aspettando solo noi tre
per cominciare.»
«Mamma, fa caldo, sono stanco e voglio vedere papà!» piagnucolò Lionel con la Coca-Cola in mano.
«Sì, tesoro, lo so; ancora pochi minuti e poi torniamo da papà,
promesso. Lo sai che oggi doveva lavorare e non poteva stare
con noi. Domani però è libero tutto il giorno, ci sveglieremo
tardi, faremo una bellissima colazione insieme nel lettone e poi
andremo al mare. Ok?»
«E va bene… però voglio giocare a pallone, domani. Giochiamo
a pallone?»
«Certo, tutto quello che vuoi.»
«Anche con papà?»
«Anche con papà. Forza, prendi per mano tua sorella e andiamo dagli altri.»
I
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In pochi passi raggiunsero la comitiva.
«Ah, finalmente siete arrivati!» esclamò Federica Fattori, una
donna sulla sessantina che sembrava uscita da una pubblicità
sui safari. Da sotto il cappello a larghe falde color kaki, sorrideva
gonfiando le guance rese paffute dai circa dieci chili di troppo.
«È sempre un’impresa riuscire a muoversi con loro due»
rispose Marine indicando i due figli, che in quel momento
avevano intrapreso una gara di velocità nel bere dalle rispettive
cannucce, «considerando poi il caldo e il viaggio estenuante,
non posso neanche dargli tutti i torti se si lamentano un po’.»
«Hai ragione, comunque è quasi finita, il tempo di visitare
l’anfiteatro e ritorniamo a Hammamet per l’ora di cena.»
Jamil stava richiamando l’attenzione di tutto il gruppo prima di cominciare l’esposizione. Il suo collega Mohammed gli
aveva ceduto la scena ed era entrato in un bar a prendersi una
bottiglia d’acqua.
Il caldo opprimente non sembrava sortire alcun effetto su Jamil: era l’unico che portava pantaloni di lino e una fine camicia
di cotone a maniche lunghe, perfettamente stirata nonostante il
lungo viaggio da Sidi Bou Said. Senza mostrare segni di fatica
iniziò a spiegare, la sua voce aveva un suono suadente che avvolgeva il pubblico quasi riuscisse a ipnotizzarlo.
I turisti ascoltavano rapiti le origini storiche dell’anfiteatro
romano, in bilico tra il fascino emanato dalla voce di Jamil e il
disagio per il sole e i quaranta gradi all’ombra di quella giornata.
Tutto accadde all’improvviso e finì in pochi minuti.
Un’esplosione lacerò il silenzio della piazza.
I turisti si voltarono in direzione dell’auto della polizia e
la videro rovesciata sul fianco destro, avvolta in un globo di
fuoco. L’albero alla sinistra si spezzò alla base per la violenza
dell’esplosione, il calore raggiunse con una ventata rovente il
gruppo, distante in quel momento un paio di centinaia di metri.
I vetri delle abitazioni che si affacciavano sulla piazza andarono in frantumi, ferendo gravemente tre arabi che sostavano a
ridosso dei muri.
Pochi istanti dopo, un vecchio pick-up grigio e polveroso
piombò nella piazza alle spalle del gruppo, accompagnato da
uno stridio di freni. Pochi turisti se ne accorsero, gli altri rimasero pietrificati dall’improvvisa esplosione e storditi dal boato.
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Un commando di quattro uomini con il viso coperto dalla
kefiah scese dal vano posteriore del furgone imbracciando fucili
mitragliatori AK-47. I terroristi si disposero a ventaglio e due
di essi aprirono il fuoco; nove persone si accasciarono al suolo
già morte. Un terzo prese di mira quelle rimaste ai margini
della piazza, non lasciando scampo a nessuno. Il quarto coprì
l’accesso all’unica via di fuga rimasta.
Il gruppo di turisti si ritrovò bloccato in una camera della
morte, chiuso alle spalle dai cancelli dell’anfiteatro, a destra
dalla macchina in fiamme e a sinistra dal pullman che li aveva
accompagnati all’appuntamento con il destino.
I terroristi continuavano a sparare. Il ritmo di fuoco si fece
incessante, i corpi vennero sollevati dalla forza d’impatto dei
proiettili sparati ad altezza uomo. Immobilizzata dal terrore, la
maggior parte dei turisti fu incapace di una pur minima reazione;
molti non tentarono neanche di fuggire o di cercare riparo, e
rimasero fermi, in attesa della propria morte.
Solo due adolescenti corsero in direzione dell’auto in fiamme,
preferendo il tentativo di attraversare il fuoco piuttosto che
aspettare inermi l’arrivo dei proiettili. La loro azione scosse
dal torpore i sopravvissuti all’attacco iniziale, e trascinò per
emulazione altre sei persone, tre donne e altrettanti bambini.
Non ebbero scampo, furono fulminati dai proiettili dopo
pochi metri.
Dal buio del locale in cui si trovava, Mohammed assistette
agghiacciato alla brutale carneficina.
Senza pensarci troppo, decise di intervenire pur sapendo di
correre incontro alla morte. Afferrato un coltello dal bancone
del bar, si nascose dietro lo stipite della porta, pronto a scattare
alla prima occasione utile.
Di fronte a lui, a una decina di metri di distanza, era fermo
di spalle uno dei terroristi.
Durante il tentativo di fuga dei due ragazzi, uscì dal locale
brandendo il coltello nella mano destra e correndo leggermente
piegato sulle ginocchia per un istintivo atteggiamento di protezione: fu il suo unico errore.
Se avesse puntato sulla velocità, sarebbe riuscito a sorprendere
l’uomo alle spalle, a ucciderlo e a impadronirsi della sua arma.
Invece, giunto a soli due metri dal terrorista, lo vide girarsi
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improvvisamente con il fucile puntato verso di lui: non partì
neanche un colpo, ma la baionetta innestata sul fucile affondò
in tutta la sua lunghezza nello stomaco. Sbarrando gli occhi più
per la sorpresa che per il dolore, Mohammed si portò la mano
sinistra all’altezza della ferita mortale bloccando il fucile all’interno del proprio corpo; spinto dall’adrenalina, mentre il cuore già
batteva a un ritmo frenetico, quasi consapevole dell’imminente
arresto, piantò la lama nella gola dell’uomo.
Entrambi caddero a terra come abbracciati, il terrorista morì
in pochi secondi, Mohammed ebbe il tempo di vedere la fine
del suo amico Jamil.
Questi, incurante di un braccio ferito e di un polmone perforato
da un proiettile, aveva cercato disperatamente di sopraffare uno
dei terroristi in un estremo tentativo di reazione. Approfittando
del cambio del caricatore, gli si era avventato contro gettandolo
a terra. In preda a una furia cieca, aveva colpito ripetutamente il
viso dell’uomo, fino a quando un colpo sparato a bruciapelo non
gli aveva fatto esplodere la testa in una nube rossa.
Approfittando dell’azione diversiva dei due ragazzi e di Jamil,
i pochi superstiti rimasti, una decina in tutto, raggiunsero il
pullman. Alcuni, vedendo le chiavi inserite nel cruscotto, salirono a bordo per cercare di mettere in moto e fuggire. Marine,
lontana dall’unica porta d’ingresso aperta, si nascose dietro la
vettura. Federica decise d’istinto di entrare all’interno del vano
portabagagli: la sua decisione le avrebbe salvato la vita.
L’intera azione era durata poco più di trenta secondi, durante
i quali erano rimasti a terra i corpi senza vita di trentuno turisti,
di cui la metà bambini, le due guide e altri sette arabi presenti
nella piazza al momento dell’attacco. I terroristi avevano perso
un uomo.
Il terrorista che aveva subito l’attacco di Jamil si rialzò e con
occhi fiammeggianti, accortosi del tentativo di fuga dei superstiti,
si ricoprì il viso con la kefiah e si diresse verso il pullman. Fece
partire una raffica in direzione del posto di guida uccidendo
due turisti, poi salì e con un colpo ciascuno finì gli altri quattro.
Scese dalla vettura, fece il giro e si fermò di fronte a Marine
e ai suoi due figli tremanti.
«La prego, risparmi i miei figli, sono piccoli… non ci faccia
del male» implorò Marine disperata. Era sporca e sudata, ave-
!!”#$#%!&”‘()*+),-./010.-203)40*55666$; $&7!%7$$666$89!:13
va il viso coperto di sangue mescolato a polvere, le lacrime le
rigavano le guance.
Il terrorista la guardò rimanendo immobile, sembrava non
respirasse nemmeno, i suoi occhi erano fiamme nere che da sole
bastavano a legittimare l’autorità di cui era investito all’interno
del commando.
Rimase così per circa mezzo minuto, mentre Marine lo guardava di rimando, il labbro inferiore che le tremava e i due figli
stretti uno a destra e l’altro a sinistra, in un ultimo disperato atto
di protezione materna. In lontananza si cominciarono a sentire
le prime sirene che si avvicinavano al luogo della carneficina.
Senza muovere neanche un muscolo, il terrorista pronunciò
le parole con un filo di voce.
«Il Nord Africa è degli arabi, voi siete le vittime della nostra
guerra con l’Occidente.»
Quindi urlò, prima di finire il caricatore sulla famiglia indifesa.
«Nàssr hùa holm-na al-kabir. Nahnu al-Holm! Allah u-Akbar!»
Subito il silenzio avvolse la piazza, lasciando solo cadaveri
riversi nella polvere, mentre il sole continuava a picchiare, indifferente alla strage appena compiuta.

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