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MAXXI, wunderkammer con poche meraviglie

2015/09/25 - Attualità, Discussioni, musei di: MG Colombo
MAXXI, wunderkammer con poche meraviglie

Amo l’architettura visionaria di Zaha Hadid, trovo suggestivi i volumi esterni del MAXXI, mi intriga la sinuosità degli spazi interni, mi perdo volentieri nell’atrio extralarge, mi piace percorrere a mezz’aria i passaggi anfetaminici (ognuno ha le sue perversioni) e, non essendo tra i puristi del paesaggio, non mi disturba il contrasto tra l’audacia innovativa del costrutto e la rigorosa simmetria della frontaliera ex caserma Montello, gloriosamente passata dall’arme all’arte.

E tuttavia mi inquietano le molte polemiche legate alla nascita e alla gestione del Museo riacutizzatesi in questi giorni per lo stato dei nostri Beni Culturali: inagibilità del Colosseo a causa di un’ assemblea dovuta a inadempienza retributiva dello Stato verso i lavoratori, chiusura di Fandango, sospensione dei lavori di ampliamento della Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea, ma anche assegnazione al Palazzo delle Esposizioni della sedicesima Quadriennale di Roma, prevista nel 2016 dopo il blocco del 2012.

 

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In proposito ho trovato straordinariamente attuale illuminante e persino gustosa, sin dall’ossimoro del sottotitolo, la lettura di

 Il MAXXI ai raggi X.

Indagine sulla gestione privata di un museo pubblico.

Alessandro Monti in non più di 90 pagine mette a fuoco tutte le quote di complessità della questione e con precisa propensione etica, forza argomentativa, chiarezza descrittiva, caparbia documentazione, inesauribile richiesta di rendicontazione (che tanto ha fatto innervosire Pier Luigi Sacco), ricostruisce la vicenda che portò alla scelta di erigere il MAXXI, nonostante la varietà e importanza dell’offerta museale già esistente a Roma e in generale sul territorio nazionale, disattendendo così le esigenze del momento e le evidentissime difficoltà finanziarie.

Il pamphlet riporta gli echi polemici legati alle scelte politiche-burocratiche che videro nei governi Prodi/Veltroni, D’Alema/Melandri, Amato/Melandri, difensori perinde ac cadaver del progetto, senza tralasciare il riferimento al prezioso contributo Berlusconi/Bondi; analizza il ruolo dello Stato, trasformatosi da garante in competitor, il fulmineo passaggio da Centro a Fondazione, le non poche anomalie della gestione privatistica, compresa la nomina dei collaboratori e del curatore cinese Hou Hanru, scelto in nome di un internazionalismo abbastanza scontato “contro il coraggio di essere orgogliosamente locali“, come sintetizzava a suo tempo Pablo Echaurren su L’Huffington Post.

Dà conto degli investimenti altalenanti dello Stato, tuttavia attestatisi ad un contributo fisso di 5 milioni annuali, non elude la questione dei corrispondenti benefici per la collettività di un ente, che, pur assorbendo da solo oltre la metà del budget destinato al PAC (Piano per l’ arte contemporanea) del Ministero dei Beni Culturali, ha difficoltà ad allinearsi agli standard di qualità delle realtà europee, e indulge, in una sorta di delirio di onnipotenza narcisista a una marea di attività, celebrandosi agli occhi di molti per futile marginalità rispetto all’atto costitutivo della Fondazione, che prevedeva un “centro di eccellenza in grado di comunicare al mondo non solo il made in Italy ma lo stile di vita italiano” (art.6.)

Compito impegnativo vista anche l’esiguità della collezione permanente che conta circa 300 pezzi: pochi per costituire relazioni di scambio con altre istituzioni.

Parafrasando con eleganza concettuale e formale Oscar Wilde (“Bisogna sempre giocare onestamente quando si hanno le carte vincenti“), Alessandro Monti aggiorna sulla vexata quaestio relativa al compenso della Melandri con garbo, ignoto a suo tempo a Gian Antonio Stella ( “post-deputata e neo-manager”) e alla sua nomina “stilisticamente complicata da digerire” come ebbe a notare, con la consueta maniera forbita Nichi Vendola e, con toni meno oxfordiani, tra gli altri DagoSpia.

L’ intero 4°capitolo, vero vademecum per gli amanti del contemporaneo, traccia il contesto strutturale e operativo dei musei a Roma e in Italia, sottolineando la ricchezza e la vitalità delle offerte che, a dispetto delle problematiche economiche ed organizzative, ha moltiplicato il popolo dei mostramaniaci di cui però è nota la formidabile inconsistenza.

Per evitare il rischio di trasformare il MAXXI in un fabbricaficio di eventi effimeri seppur salutari per il budget e la mente (v. lezioni di Yoga), Monti nelle pagine conclusive del suo testo offre numerose considerazioni propositive per il superamento a 360° delle numerose problematiche descritte nello specifico delle implicazioni giuridiche programmatiche organizzative.

Maxxi pesce

 

One thought on “MAXXI, wunderkammer con poche meraviglie

francesco

ho letto il libro e apprezzo l’articolo

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