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Resto qui – Marco Balzano

2018/06/11 - Letteratura di: MG Colombo
Resto qui – Marco Balzano

Trina, voce narrante della fiction, figlia, amica, moglie, madre, sorella, insegnante, attivista, cui Marco Balzano, con grande sensibilità e attenzione all’immaginario femminile, e precisa documentazione storica e sentimentale, affida il compito di confrontarsi con la Storia, colpisce e commuove nella sua specificità.
Trina racconta e racconta la sua storia e quella della comunità di Curon, ma anche quella di un’Italia immemore e ormai omogeinezzata all’era dei selfies.

Non alieno dal cosiddetto effetto Ferrante nella coloritura dei personaggi, negli elementi  pittorici del paesaggio (“una cascata di stelle e la luna sembrava appesa nel cielo“) , nella ripresa di certi caratteri femminili autarchici come quello della protagonista.
E, ancora, nel difficile rapporto della protagonista con la madre (” spigolosa e severa, aveva le idee chiare su tutto, distingueva facilmente il bianco dal nero, non si faceva problemi a tagliare con l’accetta. Io invece mi sono persa in una scala di grigi”);
nella misteriosa sparizione della figlia, nella perseguita ambizione culturale, nella contestazione/accettazione dei valori di riferimento familiari/ambientali, nell’ambivalente ambigua relazione con l’amica Barbara.
Tuttavia colpisce per l’umanissima rivisitazione della vicenda che ha accenti di civile malinconia, di denso rimpianto, di amara consapevolezza di non poter interferire con la brutalità delle scelte politiche.
E’ una storia di identità violata: dalle convenzioni sulle identità di genere, sulla cultura come devianza, della chiusa comunità montanara cui appartiene; dalla violenza della politica italiana e tedesca, cieca e oppressiva, che irrompe nella quiete dei masi,  polverizzando identità e libertà; dallo Stato che per produrre energia elettrica per il nord Italia, decide di erigere una diga, destinata per impatto ambientale a sommergere paesi, abitanti, animali.

Al centro del racconto le vicende del Sud Tirolo, tra nazismo fascismo speculazione, strappate al silenzio della memoria storica, con toccante prosa che, come da finali ringraziamenti deve molto, nella reinvenzione della realtà, alle tante donne interpellate come testimoni di mille dolorose esperienze declinate al femminile.
C’è un esodo, che pur non avendo l’epicità e le dimensioni di quello descritto da Steinbeck in Furore, ne conserva tutta la drammaticità dello sdradicamento sociale ed ambientale, della fuga imposta dalle circostanze.
Non sarà un caso di pura corrispondenza dialettale se anche i genitori di Trina vengono chiamati Ma’ e Pa’, come quelli di Tom Joad.

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