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Category : Teatro
Category : Teatro
Il titolo evoca immediatamente ed inequivocabilmente lo splendido Marlon Brando del film del 1947 di Elia Kazan, con la sua dirompente fisicità e novità interpretativa.
Non si sottraggono al fascino neanche Latella e il suo costumista Fabio Sonnino, che, con vincente humor e gusto vintage, rendono omaggio all’indimenticabile grande interprete facendolo comparire sulle t-shirts di Vinicio Marchioni, novello Stanley Kowalski, assolutamente all’altezza della situazione, memore delle sue performances di violento nel ruolo del Freddo della serie Romanzo criminale, con l’aggiunta di coatta gestualità ed eloquio da emigrante in corso di integrazione.
Non fa davvero rimpiangere Vivien Leigh la Blanche Du Bois di una intensa veramente straordinaria Laura Marinoni, da cui e per cui si scatena il dramma personale e sociale.
E’ proprio dalla vibrante quasi febbricitante presenza di lei ormai consegnata all’ospedale psichiatrico, che Latella, capovolgendo il testo, parte per ricostruire il plot.
Due mondi a confronto con i loro valori aspirazioni conflitti, ingigantiti nella mente di Blanche dalla malattia mentale, tema caro a Tennessee, anche per dolorose vicende familiari.
In un’intervista del1982, lo Scrittore rese pubblica la vicenda della sorella Rose sottoposta dalla madre ad un intervento di lobotomia per un eccesso di perbenismo dettato da un insensato puritanesimo.
Molto efficaci anche gli altri interpreti Elisabetta Valgoi, Giuseppe Lanino, Annibale Pavone e Rosario Tedesco.
Fastidiosissime invece le luci di Robert John Resteghini, sparate nei bulbi oculari degli inermi spettatori; inutilmente affastellate le suppellettili di scena da Annelisa Zaccheria, forse a significare la deformata contorta visione della realtà da parte di Blanche, con utilizzo a volte incoerente da parte degli attori ( che ci fa, alla fine, l’ottimo Mitch dentro il frigorifero??!).
Da soprassalto le musiche di Franco Visioli, amplificate con eccesso di decibel dalle protesi foniche inserite negli arredi di scena, però funzionali al taglio registico di forte piglio realistico di un sempre più internazionale Antonio Latella.
Category : Teatro
Marco Baliani è uno che di teatro di narrazione se ne intende, pertanto l’aspettativa sulla trasposizione della sinfonica complessa perfetta ottava ariostesca in narrazione e rappresentazione orale era carica di tante buone promesse.
Poche mantenute.

Accorsi seduce con la sua accattivante spontaneità e, forte della popolarità che lo sostiene, gestisce con disinvoltura la situazione teatrale, giocata sull’ alleggerimento del testo incardinato sulle storie d’amore, che incessantemente si ripropongono nel testo.
Nel complesso ruolo che lo voleva attore e narratore, o meglio ”‘narrattore” secondo il felice neologismo di Pier Giorgio Nosari, Accorsi è stato efficace nel cogliere la cantabilità del testo ma poco incisivo a scandagliare il dramma, ove la pazzia di Orlando resta qualcosa di superficialmente spettacolare.
Fedele alla sua insofferenza per la complessità scenografica e tecnica, decisamente agli antipodi dello storico allestimento firmato da Luca Ronconi nel 1969, Baliani si è avvalso di una semplice scenografia e si è affidato al fascino della voce di Nina Savary e alla sua grazia gestuale, per evocare suoni musiche e suggestioni.
Ma sovvertire il titolo non basta.
Category : Teatro
Full immersion nel mondo pirandelliano con questo spettacolo di Lavia.
E’ dal 1920 che Martino Lori irrita ed imbarazza, con la sua vicenda, comprimari sul palcoscenico e pubblico in sala.
Tutti sanno e il suo per-benismo è urticante.
Lavia è spietato e non lascia zone d’ombra attorno al livello di conoscenza della vicenda, che coinvolge in un drammatico triangolo il suo personaggio.
Il sipario, infatti, si apre proprio sulla scena inequivocabile che, molti anni prima, si era svolta al capezzale della moglie morta.
Con la suggestiva performance della ballerina Alessandra Cristiani, viene rievocata la veglia funebre, che sui reali rapporti intercorsi tra il Senatore Manfroni e la moglie del Protagonista, non lascia dubbi a nessuno.
A nessuno, tranne che a lui, Martino Lori.
Lui non vuole sapere, costi quel che costi.
Pallina impazzita, per 16 anni rimbalzerà tra apparenza e realtà, mettendo in gioco la sua dignità di padre, marito, amico, consigliere.
Immerso nella sua verità, trascinerà in patetici rituali, sotto il dichiarato disprezzo di tutti, la sua esistenza.
Lavia, in vesti di grisaglia a sfidare il lusso di allucinata formalità dei suoi partners e in atteggiamenti di umile corporeità a contrastare il loro scattante marionettismo, dà corpo e voce ad un indimenticabile Loiri che, da immorale equivoca maschera di meschinità e bieco opportunismo, diventa, faticosamente quanto tardivamente, struggente vittima di istituzioni, valori, convenzioni, di cui si è fatto lui stesso ingranaggio sacrificale.
La narrazione si svolge su diversi piani temporali che si intrecciano e si avvalgono di diverse tecniche, a conferma che il Teatro rimane il luogo deputato alla comunicazione ottimale dei contenuti.
Sulle esili ma ferree spalle di Lucia Lavia il peso di un dramma che, nel complesso, bene fronteggia, anche considerando l’occhio grifagno di chi la sa doppiamente, seppur incolpevolmente, privilegiata figlia d’arte.
Andrea Viotti firma il raffinatissimo strepitoso guardaroba delle attrici.
Enfatizzata l’atmosfera alto-borghese degli interni, di scostante ma perfetta eleganza, pensati da Alessandro Camera. → Continue
Notte dei lunghi coltelli nel salotto buono di Marc, Serge, Yvan, da sempre amiconi.
Art, scritto nel1994, tradotta e rappresentata in oltre trenta lingue, ha reso famosa e acclamata Yasmina Reza, premiatissima per questo con il Molière, l’Oliver, l’Award.
Con l’ intelligente ironia e la disincantata capacità di osservazione, che abbiamo amato in Carnage, Reza indaga i rapporti umani e i loro inconfessabili segreti, quando il meccanismo sociale che li regola, per qualche ragione, viene meno.
Il decennale sodalizio, che tiene insieme i tre intellettuali borghesi, si incrina in modo irrimediabile nel momento in cui uno dei tre acquista un quadro, che testimonia di un gusto e di una disponibilità economica intollerabilmente diversa.
La vita, come per tutti, non è stata tenera con nessuno dei tre, e nell’andar dei giorni e degli anni la loro consuetudine è stata preziosa.
Ora, all’improvviso, dinanzi ad una diversa, diversissima valutazione di un quadro, si scoprono estranei, falsi, intolleranti, meschini e maneschi.
La leggerezza del copione, le gags degli interpreti, (a volte un pò sopra le righe), non valgono a nascondere il dramma della solitudine e dell’incomunicabilità .
Freud, Lacan con divanetto e blok-notes in inesorabile attesa dietro le quinte, alla faccia della celebrata AMICIZIAMASCHILE.
Garbata, spettacolo nello spettacolo, l’iniziativa di beneficenza che Alberti, Boni e Haber propongono a favore del CESVI e della Linea Verde Alzheimer, concludendo la performance.
La tela bianca della discordia ” dietro cui c’è un pensiero”, da loro firmata, viene messa all’asta per molto meno degli iperbolici 200,000 euro, che avevano scatenato l’invidia sociale e il risentimento amicale.
di YASMINA REZA
traduzione Alessandra Serra
scene Gianni Carluccio
luci Marcello Iazzetti
costumi Nicoletta Ceccolini
regia GIAMPIERO SOLARI
Teatro Argentina Roma
29 novembre | 11 dicembre 2011
ll genere umano non può sopportare troppa realtà, diceva Eliot, meglio l’evasione in un circo di maniera, emblema della leggerezza e semplicità con clown, ballerine, acrobati.
E’ quello che spinge uno scrittore deluso dal mondo, interpretato con la consueta sensibilità da Roberto Sturno, a chiedere ad una compagnia di giro di poter vestire i panni di “quello che prende gli schiaffi” nella convinzione di poter trasformare un problema in una festa.
Dopo un iniziale entusiamo il Protagonista scopre che l’arlecchineria è perfettamente speculare al mondo reale con abili pataccari, volgari imbroglioni, vittime designate.
La delusione è totale e la tragedia inevitabile.
Molto gradevole la scenografia e la luce magica a ricreare uno spazio fuori dal tempo, poco riuscito l’intento polemico della rielaborazione del testo di Leonid Nikolaevic Andreev, che si conclude con una tirata retorica contro il cattivismo imperante sul palco e più ancora nella vita.
Generoso con gli 11 giovani giovani attori, cui concede meritato spazio, Glauco Mauri. Assolutamente deliziosa Lucia Nicolini, la ballerina Leda; bello e perdente David Paryla, Manuel l’acrobata; assolutamente aderenti all’immaginario collettivo i pagliacci nei bellissimi costumi di Odette Nicoletti.
Category : Teatro

Uno spettacolo incalzante, in grado di creare negli spettatori uno stato mentale di coinvolgente attenzione alle sopraffazioni agli egoismi alle volgarità che ci ammorbano e turbano con crescente intensità.
Pippo Delbono intreccia, con la felice vincente foga e spudoratezza dello sperimentatore, i Generi e li piega alla sua necessità di comunicare, riflettere e far riflettere.
Musica colta, pop, danza, cinema, canto, mimo, letteratura da Dante a Pasolini, passando per Artaud Whitman Kafka Merini, interagiscono a delineare nuove dinamiche e paradigmi culturali.
Azzerati i ruoli, nel susseguirsi di scene apparentemente sconnesse, evocati dalla voce iconoclasta di Delbono, si materializzano, sul palco tra la gente nei palchetti in platea nel loggione, gli straordinari interpreti e, ciascuno a modo suo, con la propria raffinata tecnica e/o la propria parlante corporeità, evoca la quotidiana battaglia per la sopravvivenza.
Abitano lo spettacolo Alexander Balanescu con il suo violino, Marie-Agnès Gillot e Marigia Maggipinto, capaci di tracciare nello spazio indimenticabili ideogrammi corporei, nel segno di Pina Bausch e della sua lezione di etica ed estetica, che pervade la rappresentazione tutta e invita all’uscita dalle gabbie mentali e corporee ( splendida e liberatoria la “danza” di Delbono quando affianca la ballerina).
Lo spettacolo è dedicato a Bobò, piccolo grande uomo reduce da tante battaglie, cui è affidato il compito di umile onesto antiretorico portabandiera di un’Italia, colta in uno dei suoi momenti più bui, evocata con la forza da brivido della voce di Delbono che dice la celebre mai così attuale ( fino a ieri sera???) invettiva dantesca:
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie ma bordello!”
Category : Teatro
18 | 30 ottobre 2011
Teatro Argentina
Il ’600 non è nella top ten di chi ha fatto il Classico.
Vogliamo parlare di quelli che hanno fatto il Tecnico??
Da questa considerazione incontrovertibile, subito verificata con pochi quesiti rivolti al pubblico e molte liberatorie risate, parte la straordinaria lezione di 2 ore e 10 di Marco Paolini contro l’azzeramento della memoria e la centralità (??) della Scuola.
Evocato da Paolini, attraverso testi e gesti, lingua dotta e vernacolo, il ’600 rivive nelle straordinarie rivoluzionarie figure di Copernico, Keplero, Galileo, Bruno, Shakespeare, con la loro capacità di guardare indietro con rinnovata forza e autonomia di pensiero per inventare il nuovo.
A sfatare la retorica dei giovani contro la gerontocrazia, un Galileo seguito nel suo percorso di vita da adolescente insofferente di studi di Medicina ( ma mai laureatosi neanche in Matematica, allora una specie di DAMS di oggi), a inossidabile osservatore e inventore, alle prese con ambienti dominati dall’ inerzia intellettuale di regnanti assoluti/dissoluti, plebi affamate, clero oscurantista.
Una vita ricca di eventi, di onori che per molto tempo però non gli valsero il necessario per vivere ( teneva famiglia…3 figli..), costringendolo a utilizzare le stelle fisse, proprie di quel cielo tolemaico che la sua teoria aveva polverizzato, per, udite udite, fare oroscopi.
Piccolo dato biografico che la dice lunga sulla sua capacità di interagire col mondo, sapendone leggere tendenze umori e che offre un divertente spunto su una debolezza che ancora accompagna la vita contemporanea così disancorata da certezze e drammaticamente preda di vudueconomia e bungapolitica.
Vuota la scena, se non che per un’enorme mina vagante a rappresentare la forza eversiva del suo pensiero, onda in piena, affidata a lezioni universitarie ( si, gli conferirono giustamente 2 lauree ad honorem) tanto seguite da essere tenute in piazza, libri tanto colti da non essere subito capiti, monologhi in dialetto per sfoghi e strategie.
E’ proprio sulla mina Galileo/Paolini salirà, nella parte finale dello spettacolo, prima quasi crocifisso ingabbiato dalle pesanti catene dell’Inquisizione, dei luoghi comuni, poi in un trionfante resoconto degli ultimi 10 anni della sua vita, quando quasi ottantenne, ( Pisa 15 febbraio 1564- Arcetri 8 gennaio 1642….noi del Classico… che sappiam usare pure Wikipedia ), ormai cieco, riscrive tutto ciò che aveva dovuto ritrattare e riesce a diffonderlo con la complicità dell’Ambasciatore veneto e delle di lui accoglienti mutande ( ” Che pacco, ragazzi!” ), nonchè della libera editoria di Leida, Olanda 1638 .
Nei cieli Beethoven, che gioiosamente inaspettatamente vira su un travolgente rock and roll, alle cui note si unisce il lunghissimo grato applauso del pubblico per una volta oggetto/soggetto della straordinaria performance.
Proposta : Paolini ministro Pubblica Istruzione. Subito.
Category : Teatro

Roma
- Teatro Studio
La straordinaria voce e il potente segno interpretativo di Popolizio hanno ricreato la complessità e la suggestione dell’opera gaddiana,“La cognizione del dolore”, restituendone la lezione di stile e di etica.
Felicemente aderente al chronicle play shakespeariano, La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht arriva all’Argentina nella straordinaria interpretazione di Umberto Orsini e di una compagnia di giovani veramente in stato di grazia, in grado di fornire all’opera brechtiana la vitalità del gioco circense, la mordacità satirica del testo , in equilibrio tra burlesque e grotesque.
Il regista C. Longhi trasferisce la vicenda da Berlino a Chicago, a sottolineare il persistere sotto i cieli della corruzione del potere, e mette in scena le malefatte del gangster Arturo Ui, satirico “alias” di Adolf Hitler, che si arricchisce con il commercio di cavolfiori, metafora salace di sgangherate fortune commerciali, cui si sacrifica tutto in nome del profitto.
La rocambolesca sequela degli episodi, caustica e spietata, infila con accenti di epica pop tutte le maschere del nostro passato e fa l’occchiolino a contemporanee ingombranti presenze.
Non inganni il piglio ridanciano, le porte della riflessione si spalancano efficacemente contro la tendenza a vivere in modo acritico .
Category : Teatro
Riduzione e adattamento teatrale dall’omonimo film Il risultato sconta il confronto con la complessa dirompente originalità della versione cinematografica, che segnò un’epoca, aprendo al ’68 e rivaleggiando, in clamore e assensi critici, con la viscontiana Ossessione.
Bellocchio svelava allora il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione, centrandolo sulla famiglia.
Il remake teatrale, pur nella drammaturgia asciutta e intensa, non basta a reinventare un mondo che nella sua fisionomia appare fortemente datato.
Oggi tutto è accaduto, come i minuziosi implacabili quotidiani resoconti mediatici raccontano ad un pubblico sfiancato.
Dopo tanti decenni, che hanno profondamente cambiato gli scenari sociali- culturali, sarebbe stato necessario assumersi qualche rischio in più, spingersi più in là a raccontare i nuovi disagi degli odierni bamboccioni, senza prospettive di lavoro, nel deserto degli affetti.
Nel cast spicca per vigore interpretativo ed efficacia gestuale Pier Giorgio Bellocchio, figlio del Regista.
La Angiolini si veste si sveste si riveste, prigioniera della stessa maschera drammatica da teatro sperimentale di provincia. → Continue
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Teatro Argentina
regia Marco Sciaccaluga
con Ugo Pagliai, Eros Pagni, Gianluca Gobbi, Roberto Serpi, Alice Arcuri.
Impossibile non riflettersi nella stralunata, tragicomica attesa di Estragone e Vladimir, con cappello ( e non solo) alla Buster Keaton.
Impossibile sottrarsi al fascino dell’enigmatica attesa, che tutti ci coinvolge nonostante non si verifichi nulla.
Per ben due volte, tanti sono gli atti.
Tutti lo sanno: God- Charlot, ( tanto per cavalcare una delle tante illazioni sul misterioso personaggio), non verrà e non solleverà alcuno dal disorientamento esistenziale ed identitario.
E tuttavia la disperante situazione, teoricamente impossibile, per dirla con Vivian Mercier, continua ad intrigare, anche grazie all’intensità interpretativa del cast. → Continue
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Teatro Argentina. Roma
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di William Shakespeare
regia Aleksandar Popovski
Spettacolo in lingua croata con sopratitoli in italiano.
Molto originale, pur nel rispetto delle shakespeariane triplice stratificazione delle esilaranti macchinazioni, la drammaturgia di Dubravko Mihanović, per la regia vulcanica dell’eclettico Aleksandar Popovski.
Affiatatissimo il cast, solo qualche volta un pò sopra le righe, sostenuto da un pubblico prevalentemente di connazionali di Zagabria .
Molto suggestiva l’idea del bosco assolutamente funzionale alle acrobatiche coreografie di Daša Rashidmusi, per le vibranti musiche di Kiril Džajkovski.
La prima sorpresa è Puck. Un vecchio. Forse a suggerire che non c’è età che tenga quando lo spirito è giovane.
“Se vana e sciocca sembrò la storia, ne andrà dissolta ogni memoria” ammicca Puck nell’Epilogo.
Ognun sa come è andata. → Continue










