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La versione di Barney

2011/01/20 - Cinema di: MG Colombo

Se siete stati richleriani-dipendenti-spinti, sin dall’uscita del libro di Mordecai Richler, per Adelphi nel 2001, il film, ça va sans dire, non vi piacerà.

Non è un segreto indicibile quanto sia rischioso e soggetto a pruriginose insoddisfazioni trasporre un testo letterario sullo schermo, massimo se trattasi di planetario successo come La versione di Barney; massimo se il curriculum del regista, Richard J. Lewis, che tenta l’operazione, è smilzo; massimo se lo sceneggiatore sceglie una chiave soft-hiddysh, in siderale lontananza dal politically incorrect degli shtetlekh d’origine dei personaggi.

Tuttavia la coppia Giamatti- Hoffman, di straordinaria intensità cinematografica, vale lo spettacolo.
Barney, ormai padrone di un consolidato benessere basato sull’ ineffabile Totally Unnecessary Production di sua proprietà,  sforna con successo ciarpame televisivo……….. ( mai sentito niente di simile?)

Bel cervello, attività fisica pari a zero, fisico quasi sferico, che gli consente di cadere e caracollare con credibile naturale goffaggine, di formidabile tenera allure in mutande, bicchiere sempre colmo, Montecristo in bocca, rutilanti rischiosi rapporti umani, schiacciato nel paragone fisico (alla maniera di Woody Allen) dall’ amico strafico Boogie, bello e dannato più di quanto basta, con le fattezze mai abbastanza benedette di Scott Speedman,  ripensa sé stesso e la sua vita.
Se l’incertezza radicale attraversa la nostra esistenza, molto di più quella di Barney, che deve fare i conti con una rutilante marea di imbarazzanti relazioni e di lavoro e d’amore e di famiglia, all’ombra non tanto di una voluta rimozione, quanto di un’ incipiente irreversibile malinconica smemoratezza senile.
Ora, archiviare il proprio passato senza cantarsela e suonarsela, diciamocelo, è una tentazione cui è difficile sfuggire, se poi ci si mette un detective O’Hearne, che ti accusa di aver assassinato il tuo miglior amico, casualmente finito a letto con una delle tue mogli, è quasi d’obbligo non abbandonarsi alla cultura della rassegnazione.
Grazie ad una splendida misura attoriale, Panofsky-Giamatti non diventa mai la parodia di se stesso e riscatta un copione in debito di fedeltà all’insuperata scorrettezza del Panofsky-pensiero.
http://www.youtube.com/watch?v=LArr9z4iu4E&feature=related

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