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The Iron Lady : dietro ogni grande donna c’è un uomo paziente?

2012/01/28 - Cinema di: MG Colombo

Tale è sicuramente Denis Thatcher che, folgorato da subito dalle di lei ferree certezze, le fornirà un cognome accettabile per l’ascesa politica e un totale sostegno affettuoso e di lunga tenuta per la realizzazione delle sue bulimiche aspirazioni politiche.

Anche due gemelli, tanto amati quanto trascurati, in nome dell’aborrito modello “comfort women”, da cui Maggie prende le distanze nell’inflessibile diktat prematrimoniale.

Phyllida Lloyd è affascinata dalla figlia del droghiere Roberts, vestale del fare che diventa Primo Ministro Inglese, imponendo il mito dell’efficienza, della semplicità e semplificazione, dell’ottimismo a tutti i costi esternato nella sequenza monotonica dei suoi discorsi, nell’ imperturbabilità del volto di chi coltiva il mito della propria infallibilità, a danno dei principi di pace, giustizia, verità, convivenza.

Purtroppo la scelta di rievocare la storia dell’ex Primo Ministro a partire dall’oggi, che la vede inerme ottantenne nel feroce declino della sua vita, preda della nemesi che offusca una delle menti più lucide degli anni ’80-’90, pur non mancando di qualche suggestione, risulta faticosa e decontestualizzante per lo spettatore, rispetto alla possibilità di ricostruire un quadro d’insieme.

La Londra sconvolta dalle contestazioni, gli scioperi nelle miniere, gli attentati in tutto il Regno, le contestazioni alla Poll Tax, ma anche la caduta del muro di Berlino , la nascita dell’euro…, passano sullo schermo suscitando emozione in chi li ha vissuti, sia pure televisivamente, ma in assenza di qualsiasi riflessione e/o ripensamento della Baronessa Thatcher di Kesteven, ormai ombra di se stessa, in balia di ricordi, che la vedono  arrogantemente sicura solo di sè, incapace di cogliere i segni della catastrofe politica che la sommergerà, inutilmente intercettati e segnalati dal pazientissimo Denis.

Lei, Meryl Streep, è strepitosa, superba sia nei panni malinconici della donna anziana in preda ad un implacabile Alzheimer, che le offusca lo sguardo e la mente, sia nella resa dell’icona di fredda determinazione e shakespeariana dimensione, cui fornisce maschera di incrollabile ottimismo e marionettistico portamento, lungo gli interminabili corridoi e scaloni del Palazzo e delle capitali mondiali, che percorrerà per ben un decennio alla testa di yes men, sedotti a lungo dal suo narcisistico individualismo.

Colpisce la solitudine del personaggio, preda della sindrome del leader: mai un capello fuori posto, tailleur bon ton d’ordinanza (impari la Merkel), sorriso rassicurante da teologa dell’economia incurante della collettività, eterne perle al collo, anche quando serafica, al suo ingresso in Down Street, cita S.Francesco:

 Dove c’è discordia, che si possa portare armonia. Dove c’è errore, che si porti la verità. Dove c’è dubbio, si porti la fede. E dove c’è disperazione, che si possa portare la speranza.”

Lo ha fatto, a modo suo.

Senza ripensamenti.

http://www.guardian.co.uk/film/video/2011/jul/07/iron-lady-margaret-thatcher-trailer

 

 

 

 


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