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Overdose da premificio

2012/05/27 - Discussioni di: MG Colombo

Fedele nei secoli, l’Italia che legge ( preferibilmente l’ inarrestabile produzione della 75enne signora Sveva Casati Modignani, ma anche quella da stadio di Del Piero Alessandro), si appresta festosamente a varare la ricca stagione dei Premi, itinerante tra sale consiliari e stazioni turistiche alla moda, terreno privilegiato per operazioni cult(urali).

Ecco che, appena licenziata la cinquina dei finalisti del Campiello, piovono come rane gli appuntamenti per l’assegnazione di premioni e premiuzzi.

Circa 1800 (sic) ne ha censiti La Repubblica.

Quest’anno, come si sa, la Columbia University di New York, che dal 1917 gestisce il Pulitzer, ha ritenuto che nessuno dei finalisti for fiction meritasse l’ambito riconoscimento.

Con buona pace delle infuriate major dell’editoria americana e di sponsor di qualsivoglia genere.

Chissà se la considerazione di ciò indurrà intellettuali, amministratori locali, delegati, regionali, comunali, ma anche platee di lettori (300 per il Campiello) a umili opportune sospensioni di giudizio, ove, puta caso, non ci fosse niente degno di premio anche da queste parti.

Chissà se, laddove i professoroni americani non hanno avuto tentennamenti nel bocciare senza pietà persino Il Re Pallido, per di più postumo, del mai premiato David Foster Wallace, i nostri si faranno intenerire da incerte opere prime, claudicanti saggi, astuti rimaneggiamenti, in nome di logiche scopertamente commercial-turistiche.

Chissà se prevarrà l’ inossidabile rituale del premio ad ogni costo e, comunque, si deciderà di regalare un quarto d’ora di popolarità a mediocri soap, disarmanti quadretti di costume (succinto), sospirosi intrighi in salsa psicanalitica, confettoni rosa, elegie del pisello.

Chissà se si concederà la ribalta a cuoche con penna, tuttologi a tempo pieno, rotweiller del pensiero unico di indiscusso successo mediatico.

Chissà se si fingerà di ignorare la differenza che corre tra lett(erat)ure da metropolitana, buone e benedette nel pigiapigia, a ingannar tempo e intelletto, e lett(erat)ura alta et atta a raccontar il nostro tempo inquieto e a farcene prender coscienza.

Magari anche in buon italiano, magari senza refusi.

E se no, facciamo come la Columbia University: no award.

 

 

 

 

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