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Bijan Zarmandili, I demoni del deserto. Nottetempo

2011/12/27 - Letteratura di: MG Colombo

 

Innumerevoli e contraddittorie sono le sorti cui ci espone imperscrutabile Κρόνος.

Ma se a muover la quotidianità, in un certo giorno del novembre del 2006, ci si mette il Bad-e-Margh, che si abbatte apocalitticamente sulla città di Bam, allora tutto si azzera e non resta che mettersi in viaggio a piedi e a mani nude verso un altrove migliore.

E’ ciò che Kαιρός  impone a Agha Soltani e a sua nipote  Hakimè, unici superstiti della loro famiglia, in doloroso esodo,” insieme e separati”, da Bam sconvolta dalla catastrofe.

Bijan Zarmandili  possiede la sottile arte di raccontare drammatiche realtà e saper avviare  nel lettore riflessioni partecipate, che spingono ad indagare oltre la storia, collocata tra atemporali mitici Jinn e contemporanei scellerati mercanti di donne, armi, droga.

Proprio come il suo conterraneo Asghar Farhadi, che, con  A Separation, partendo dalla banalità di una crisi matrimoniale, ci ha fatto entrare nel vivo della società iraniana così ancorata ad intoccabili paradigmi culturali eppur in tumultuoso movimento.

Verrebbe da parlare di Iranian Touch.

Anche per l’avvio così cinematografico, con  il campo lungo iniziale sui due esuli ripresi on the road, nel loro abbigliamento forzosamente dimesso e sciatto.

Un flash di forte impatto visivo quel vestitino blu a piccoli fiori rossi e gialli che spunta da un troppo corto cappotto …..Neoneorealismo.

La storia è animata da una forte malinconia per quel che poteva essere  la vita del Protagonista, sia nel pubblico che nel privato, e che non è stato.

Per egoismo, leggerezza, convenzioni.

Il settantenne intellettuale di cultura profonda ma di solitudine estrema, ingabbiato negli schemi culturali e sociali del suo Paese, praticati più per convenzione  che per convinzione, si interroga con lucida autocritica.

Bijan Zarmandili riesce a tessere in maniera armoniosa temi contrastanti, la riflessione e la provocazione sull’ambiente e sulla storia dell’ambiente, che la sua professione di giornalista, oltre che le sue radici, così bene gli fan conoscere.

Belle le pagine sul destino della donna iraniana, che già aveva appassionato lo Scrittore in La grande casa di Monirrieh.

Affascinanti  le vibrazioni lessicali che risuonano nel libro ( zagh, jenni, nanajib, kafar, zanghi……….)

Intriganti le riflessioni sulla vecchiaia.

Amaramente divertenti le considerazioni sul ruolo dell’ Insegnante.

 

 

 

 

 

 

 

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