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Fiorello rappacifica guelfi e ghibellini nella luminosa prosa di Luca Telese.

2013/07/13 - Attualità di: MG Colombo
Fiorello rappacifica guelfi e ghibellini nella luminosa prosa di Luca Telese.

telese

“Ci sono, in questa difficile stagione della crisi italiana, degli artisti che riescono a intercettare delle corde profonde: in questo Fiorello è molto simile al Renzo Arbore, che con la sua orchestra napoletana, continua a riempire tutte le arene, tutti gli stadi, tutti gli eventi dell’estate italiana. Arbore ha riscoperto negli ingredienti ancestrali della canzone napoletana, la ricetta antica del fare di necessità virtù, del sorridere di fronte al destino cinico e baro. Fiorello, lo dico scomodando Bertolt Brecht, È riuscito a realizzare un prodigio raro: “la semplicità che è difficile a farsi”. lui prende un bar dove gli fa piacere fare colazione la mattina, come quasi tutti gli italiani, prende un gruppo di amici affiatati, alcuni famosissimi, altri assolutamente sconosciuti, costruisce una squadra, un gruppo, un mood, ovvero un’atmosfera. Infine lega tutto con l’ingrediente più importante: se stesso. Il Fiorello animatore degli anni ottanta, quello che si è fatto le ossa nei villaggi turistici torna e si siede al fianco del Fiorello più maturo, quello che è Passato dal successo all’insuccesso, dalla crisi alla gloria. Eppure ancora non basterebbe. E allora ecco l’ultimo ingrediente: nel programma ci sono i giornali, le notizie, l’adrenalina del fatto del giorno, cucinati sempre in modo scanzonato, e spesso anche irriverente. Esempio. Si parla di papa Francesco nel giorno in cui i giornali riportano la sua frase politicamente scorretta sulla lobbie gay in Vaticano? Ecco il micro editoriale fiorelliano in una battuta cult: “Dopo la frase del Papa, ci saranno pazza sanpietro e la fumata rosa”. Intraducibile, ma efficacissima. Come quella successiva: “Dice il papa che San Pietro non aveva nessuna banca: ma San Paolo si”. L’edicola Fiore, dunque è un misto di nonsense e di ultra-senso. Un po’ come tutta la storia di Fiorello, che solo venti anni fa era considerato dai radicali chic e dalla critica buona il prototipo della demenza nella tv commerciale, e che oggi è acclamato ovunque come un guru.

Edicola Fiore in fondo è soltanto un programma di nove minuti trasmesso in rete e girato con un telefonino. Ha scritto con una sintesi efficace un critico come Massimo Bernardinii: “In fondo è il cazzeggio arboriano rovesciato temporalmente: ‘Quelli della mattina’”. Infatti di “Quelli della notte” EdicolaFiore ha tratto l’abitudine a promuovere le facce, i personaggi, i tormentoni, piccoli e grandi. Ci sono giorni in cui la puntata va in onda e altri in cui non va, altri in cui è lunga, alcuni in cui è breve, altri in cui va in onda a sorpresa, come è accaduto dopo la cosiddetta “ultima” puntata. Una mattina puoi trovare Claudio Cecchetto, in un’altra Max Pezzali, o un inserto in cui Lorenzo Jovanotti gli dedica una parte del suo concerto. E poi tutti i nuovi protagonisti: Agonia, Tagliatelle, Er pompa, o i gemelli di Guidonia, che ogni volta regalano nuove vocalizzazioni beatlesiane a vecchi successi. Pinuccio, il pugliese che simula le telefonate con i big parodiando gli slang del terrone telefonico: “Ingroia, quelle che vedi ad Aosta sono le montagne”. La prima risposta da dare, e che ovviamente non c’è nessun mistero: “Il programma non è stata sponsorizzato da nessuno – ha detto Fiorello – va in onda gratis, chi vuole lo può prendere, rilanciare, embeddare”. Ed è così vero, questo, che il grido di battaglia del programma è: “Saluti a tutti gli embeddati”. Embeddarsi, Per tutti quelli nati prima dell’età di Internet, vuol dire collegarsi, rilanciare, diffondere il segnale. E’ questa scelta di generosità, in realtà che ha costruito un modello, che diffonde il messaggio con capillarità pervasiva. Fiorello dunque, unisce le due storie professionali della sua vita, radio, la televisione, ci aggiunge il web, e ci spiega che con le nuove tecnologie si possono abbattere tutti costi.
Certo, ci vuole lui. Esiste in Italia un altro che sia comico, imitatore, cantante, conduttore televisivo? Lui si racconta così: “Non so cantare ma canto. Non so ballare, ma ballo. Non sono imitatore, ma limito. Non sono un attore, ma atto, e come atto io… “. Di fronte agli interrogativi più complessi, Fiorello ha sempre risposto con le armi del disincanto della sincerità: “Volete sapere perché non vado più in televisione? Semplice mi viene l’ansia non ci crede nessuno ma così”. Forse il segreto è questo: l’edicola è stato un modo per curare quest’ansia. Quando gli annunciarono che Minoli gli aveva dedicato uno speciale disse: “Se mi avessero detto che metteranno La storia siamo noi, avrei risposto: vabbè, devo dire che sono morto”.
Dietro tutta questa leggerezza, questa ironia, ovviamente c’è una storia: un parto con 64 punti di sutura, che gli hanno fruttato quel secondo nome Tindaro, dedicato alla Madonna di Tindari a cui la madre era devota e grata per avercela fatta. “Un padre appuntato telegrafista della Guardia di Finanza che assomigliava a Clarke Gable e morì all’improvviso in una festa”. Una carriera scolastica molto tormentata, riassunta con un’altra battuta geniale: “Il mio unico titolo di studio è il battesimo”. Nel 1976, esordisce in un villaggio Valtur di Brucoli, 500 lire al giorno di paga. Poi il servizio militare, dove inizia ad imitare il colonnello comandante, il tenente, l’ufficiale di picchetto. Nel 1989 incontro Jovanotti, e con lui arriva a Milano. L’amico esplode di successo, lui parla in radio parodiando un ascoltatore di Bergamo, molto gutturale. Ma poi incontra Cecchetto, che gli apre le porte di radio Deejay. Lo invitano a Sanremo nell’anno in cui muore il padre. E quindi arriva il Karaoke, il programma del successo: “Mi voltavo vedevo i miei cloni: gente con la coda la giacca gialla. Chi ero? Non lo sapevo più: un cretino che girava l’Italia”. Tocca il fondo, risorge, approda alle grandi prime serate della Rai. Poi stacca di nuovo, scompare dal video, risorge in radio, insieme all’amico Marco Baldini con Vivaradiodue: è il 2001. Scompare di nuovo. Torna su Sky, scompare ancora una volta. Ha detto: “Il mio ideale è il nulla: casa, divano, telecomando, non farei niente”. Ma intanto è stato uno dei pochi ad ammettere che avuto problemi con la cocaina. Forse la chiave di questo successo è in un altro dei suoi comandamenti: “Io non faccio satira politica, ma prese in giro bonaria, non amo la cattiveria. Non per questo mi sento un deficiente”.

Nel tempo della ferocia quelli come lui sono preziosi.

(da L’Unione Sarda)

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