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L’anno che a Roma fu due volte Natale – Roberto Venturini

2021/05/15 - Attualità, Letteratura di: MG Colombo
L’anno che a Roma fu due volte Natale – Roberto Venturini

Momento d’oro per i poracci e i mostri  cari al neorealismo italiano, in aperta chiave di dissenso al cinema censorio di quandoceralui, e gran rispolvero per la commedia all’italiana, con le sue molte suggestioni, grazie a L’anno che a Roma fu due volte Natale di Roberto Venturini.

Con specifico talento narrativo, in leggerezza e densità dadaista, scanzonata aderenza alle modalità linguistiche e comportamentali dei personaggi, omaggio dichiarato alla cultura pop, Venturini allena la sensibilità di chi legge al mondo degli emarginati, e azzarda un gioco serissimo attorno alla riflessione dell’essere /italiano /orfano /gay / periferico nei ’70 , più precisamente l’anno in cui, per un insolito evento atmosferico, il litorale romano si trasformò in un freddolone al limone. 

Libero da qualsiasi volontà didascalica, Roberto Venturini sensibilizza e storicizza, in disinvolta mescolanza di riferimenti cinematografici, canzonettari, pubblicitari, un mondo fondato su una scala valoriale dettata dall’eterno bisogno, in ambigua solidarietà, ignaro del politicamente corretto, nell’unico modo concepibile dall’universo sociale precario e limitato dei personaggi, che impongono inaspettati, diciamo pure grotteschi, reagenti creativi di humanitas, felicemente mescolando sarcasmo e malinconia, pubblico e privato, sacro e profano.

Così la sparizione di Mario, marito di Alfreda, durante una lamparata avviene sullo stesso piano temporale del declassamento dell’Italia da parte di Standard & Poor, della vicenda dei marò Latorre e Girone, della Costa Crociera che va a sbattere sull’isola del Giglio: tutte catastrofi preavvertite dal mancato ammansimento mariano delle tirreniche acque, in occasione dell’annuale processione dell’Assunzione.

Il plot si dipana nel Villaggio Tognazzi, una volta jet set cultural/culinario italiano, metafora del periferico malessere dei suoi personaggi un pò pasoliniani un pò monicelliani, sullo sfondo del disastro ambientale dovuto alla messa in mora di ogni ragionevole investimento di futuro, da quando la tenuta Torlonia passa  nelle mani dello stalliere

Alfreda e Marco, madre e figlio, legati da un rapporto tenerissimo nella sostanza, agghiacciante nelle forme, vivono sul litorale di Torvaianica in un villino ormai fatiscente trasformato in un maleodorante deposito dall’ansia accumulatrice della proprietaria, una volta bella come Patty Pravo ed ora in modalità Parkinson.

La minuziosa descrizione horror iniziale sul degrado ambientale della casa non lascia dubbi sull’imminente intervento dell’Ufficio d’Igene con relativo sfratto. Evento che spinge Marco, popolare testimonial a sei anni, con lieve rotacismo, dello spot per il dado Knorr,  ed ora in novecentesca orfanità di padre, ad organizzare un piano antisfratto, elaborato nel mtico bar Vanda, luogo di elezione e lezione di vita per residenti storici e recenti extracomunitari, tra una sniffata e molte canne.

Le pagine più straordinarie del romanzo, il momento assiale, per dirla con Jaspers, arriva quando ad Alfreda, in piena confusione tra aldiquà e aldilà, per via dell’avanzato decadimento del sistema nervoso, compare la mitica Sandra Mondaini, conosciuta e frequentata al Villaggio Tognazzi, per una polenta con cotiche a metà Agosto, che avanza la surreale richiesta di traslare la salma dell’amato marito Raimondo Vianello da Roma/Verano a Milano/Lambrate , per un ricongiungimento dovuto alla inossidabilità della coppia televisiva, eternamente sorridente dalle pile di Sorrisi&Canzoni accumulate negli anni dalla protagonista.

Detto e (chissà forse boh) fatto, Marco, in relazione forte e concreta con l’amico pescatore Carlo e Er Donna, il travestito più ambito della Pontina ( di cui mai più dimenticheremo il cappotto animalier, lo zainetto Invicta, l’ombretto blu oltremare e le labbra rosso Louboutin) si attiva, trova risorse nell’inaspettatamente popoloso perimetro notturno del Verano, ove con stupefacente pragmaticità, seppur dotati di solo trapano Ikea, i nuovi mostri entrano in azione per lo scellerato piano di traslazione della famosa salma.
A questo punto il lettore, in totale immersione cimiteriale, non molla più il libro, vuol solo sapere come va a finire, tra imprecazioni che fanno sembrare l’ingorgo sulla Nomentana il cammino di Santiago ed esclamazioni rivolte all’incolpevole madre di Gesù. 
Il colpo, ricco di momenti di imperdibile suspense gallows humor, procede grazie all’ausilio di patibolari supporters imprevidibilmente aggirantisi tra avelli ed erbacce del Verano by nigth.

I tanti piani di lettura dell’appassionato minuzioso fruitore cinematografico, che è l’Autore, portano dritto tra continui richiami a film celebri, protagonisti televisivi, icone di celluloide, spot pubblicitari, modi di dire, passioni alimentari, tic generazionali, alle pagine finali, in malinconico notturno e considerazioni universali ( ma senza parere, eh!) sul destino umano e ambientale in  tempi di accentuata ” bassa marea morale”, come meglio non avrebbe potuto sintetizzare Italo Calvino.

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